Teoria e prassi della pena detentiva: due esempi.

Si discute sempre di più della pena detentiva e della sua inderogabilità.
Lo si fa per lo più a sproposito e a scopo di pura propaganda elettorale.

Per questo due notizie che in modo suggestivo rimandano una all’altra segnalano un modo diverso di affrontare un tema che la Costituzione italiana all’art. 27 comma 3 affida perentoriamente ad un principio: ” Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

La prima notizie è la ristampa da parte dell’editore Il Mulino di  “Carcere e fabbrica. Alle origini del sistema penitenziario”scritto nel 1977 da Massimo Pavarini e Dario Melossi che si trova di nuovo in libreria dal giugno 2018.

Per rendersi conto dei temi che in essi si affrontano e del loro interesse è sufficiente leggere il breve commento che ne accompagna la presentazione nel sito web dell’editore

” Pubblicato dal Mulino nel 1977, tradotto in più lingue, «Carcere e fabbrica» è universalmente ritenuto – a fianco di «Pena e struttura sociale» di Rusche e Kirchheimer e di «Sorvegliare e punire» di Foucault – un grande classico sulle istituzioni carcerarie e le loro origini storiche. Indagando i rapporti tra carcere e lavoro in Europa e in Italia tra il ’500 e la prima metà dell’800, e le esperienze carcerarie degli Stati Uniti nella prima metà del XIX secolo, emerge come l’istituzione carceraria non faccia che proporre in maniera afflittiva modelli di organizzazione sociale ed economici già presenti nella società, che tendono a fronteggiare con strumenti repressivi le grandi masse di disoccupati e di sbandati. Il libro si correda ora di una nuova prefazione di Jonathan Simon e di due saggi inediti degli autori, nei quali essi riflettono sulle origini, lo sviluppo e la lunga fortuna del testo.”

La seconda notizia è la pubblicazione sul quotidiano “Il Corriere della Sera” del 20 ottobre di un articolo di Lauretta Coz dal titolo : Dentro il carcere si progetta una seconda vita. Architetti e giovani designer ripensano lo spazio angusto di una cella di detenzione. Una stanza pilota allestita a San Vittore. Anche così si dà dignità alle persone”.

“Quando si entra in qualsiasi carcere – scrive Lauretta Coz – ogni parametro di orientamento sparisce. San Vittore è in centro a Milano, ma passati i controlli, superati cancelli e barriere, i corridoi sembrano tutti uguali. E le celle di detenzione anche. I muri sono scrostati e coperti di scritte lasciate per decenni da ospiti passanti, le sbarre hanno ricami di ruggine, i gabinetti sono aperti a un metro dal fornello a gas uso cucina … vivere i 9 mq della cella, con due o tre letti (si è arrivati anche a sei ospiti) è difficile.”

Una violazione “fotografica” dei diritti della persona che non dovrebbero venire meno neppure quando essa è detenuta.

Per questa ragione l’iniziativa di un gruppo di architetti e di giovani designer di ripensare lo spazio interno di una cella di detenzione vale di più di un intervento dottrinario sulla funzione rieducativa della pena.

“Stanze sospese” è il nome del progetto che due anni fa ha raccolto ad Opera attorno ad un tavolo “progettisti, detenuti e Direttore del Carcere, Giacinto Siciliano, per capire bisogni, richieste e fattibilità”. “Intanto Siciliano ha lasciato la direzione di Opera per quella di San Vittore, e proprio qui è stata allestita la prima cella pilota. E’ stata montata dagli stessi detenuti, che hanno partecipato attivamente al progetto”.

Piccoli accorgimenti, come un colore diverso, una barra multifunzionale, una sedia che, accostata a un’altra, diventa tavolo. ” I colori della cella pilota, chiari e rilassanti, positivi per l’umore, si ispirano alle carceri del nord Europa. Un pavimento di resina beige caldo, le pareti bianche e aree in azzurro e verde che identificano gli spazi e il loro uso”.

Raccontano i progettisti di Stanze Sospese: “Lo spazio della cella è esiguo, le sbarre alle finestre nei mesi invernali diventano un frigorifero esterno dove appendere i sacchetti con il cibo. Spazi per noi scontati  nella vita quotidiana qui non ci sono. Niente mensole, nè luoghi dove riporre le cose. Alcuni detenuti si sono inventati mensole di cartone o un porta carta igienica fatto con pacchetti di sigarette. Con questa proposta si migliora lo spazio di vita. E basta poco, una sbarra modulare che diventa appendino, una mensola multiuso.”

Tutto attraverso il recupero di materiali di riciclo.

“Con un’azienda all’avanguardia nel riciclo di plastiche prese in normali discariche, si è realizzato il letto a castello, per recuperare spazio, ma con i piani slittati per permettere un uso anche di giorno. C’è anche la sedia sociale, sempre in materiale di recupero che, accostata a un’altra forma, diventa un piccolo ripiano per leggere, conversare, giocare a carte. La plastica riciclata non necessita di manutenzione, è duratura, riciclabile a sua volta, immune a funghi e insetti, resistente agli urti, non rilascia sostanze nell’ambiente ed è isolante termicamente e acusticamente.

Idea rivoluzionaria, se si pensa che solo nei tre penitenziari milanesi, San Vittore, Opera e Bollate si buttano al giorno circa 6000 bottiglie di plastica.”

Da un lato, migliorare le condizioni abitative con materiali che hanno qui una seconda vita, per dare dignità al soggiorno di detenzione, dall’altro favorire l’acquisizione di nuove competenze mediante lavoro, studio, gioco e bricolage e individuare un nuovo cammino, nella legalità.

“Il recupero è proprio la filosofia di San Vittore – sottolinea Siciliano – recupero delle persone, che qui non solo fanno un percorso detentivo, ma anche riabilitativo, e questa opportunità di un’integrazione fra esterno e interno è molto importante, così come il rispetto delle cose. Questo prototipo serve come esempio di fattibilità, che poi la stessa Amministrazione carceraria può scegliere di usare negli istituti di tutta Italia, magari producendo tutto in carcere nei vari laboratori-lavoro”.

Se alle cose viene concessa una seconda vita, ancora di più dev’essere data alle persone, a ogni ospite del carcere.

Tu per me vali e miglioro la qualità della tua vita”.