Io c’ero.

C’ero il 14 febbraio 1984 quando un decreto legge – poi convertito nella legge 219/1984 – del Governo presieduto dal socialista Bettino Craxi, con il socialista Gianni De Michelis Ministro del Lavoro, tagliò 4 punti percentuali della scala mobile, recependo l’accordo delle associazioni imprenditoriali con Cisl e Uil.

C’ero il 9 e 10 giugno 1985 quando si svolse il referendum abrogativo sulla scala mobile, promosso dal PCI di Enrico Berlinguer, il cui risultato – contrari all’abrogazione 54,3%, favorevoli 45,7% – confermò il taglio della scala mobile, poi definitivamente soppressa il 31 luglio 1992 in seguito ad un accordo tra le parti sociali e il Governo presieduto dal socialista Giuliano Amato.

Per questo l’annuncio da parte del Presidente del Consiglio, Mario Monti, che il confronto con le parti sociali sull’art. 18 dello Statuto dei lavoratori deve considerarsi chiuso rinunciando alla “concertazione”, mi colpisce come un deja vu, o meglio, come se mi trovassi davvero di fronte ad una “curvatura” della storia.

Che tuttavia, con buona pace delle affascinanti teorie di Giambattista Vico, non si ripete mai nello stesso modo, che è come dire che non si ripete mai tout court.

Le differenze con le passate “decisioni epocali sul lavoro” sono rilevanti.

Al Quirinale, a fornire un fortissimo “endorsment” all’opera del Governo Monti anche sulla modifica dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, siede un esponente autorevole del “vecchio” PCI prima che del PD, sempre distintosi per la sua apertura verso il riformismo socialista.

Il PD, erede di una parte importante del PCI e dell’ala “cattocomunista” della DC, oggi appoggia un Governo che modificando in radice non solo l’art. 18 dello “Satuto” si pone in continuità con le decisioni di quei Governi socialisti che aveva fortemente combattuto e si trova costretto a fornire il proprio appoggio non solo ai “contenuti” della riforma del lavoro ma anche al “metodo” che comporta il de profundis della concertazione, tanto cara ai Governi Prodi e D’Alema da esso precedentemente sostenuti.

La Cgil si trova così ad essere isolata nella propria opposizione alla modifica dell’art. 18 dello Statuto e alle altre parti della riforma del lavoro che il Governo si appresta a varare e l’appoggio di Di Pietro e di Vendola non potrà darle quel sostegno e quella copertura che in passato gli eredi del PCI non le avevano mai fatto mancare.

Non so se si ripeterà anche il rito referendario, ma c’è da augurasi di no.

E’ certo invece che la decisione del Governo di redigere un verbale che registrerà le posizioni di tutti per poi “blindare” la riforma, rappresenta una coraggiosa assunzione di responsabilità che avvicina Mario Monti e il suo governo al Primo Governo Craxi.

Un giudizio che è un apprezzamento positivo alla determinazione e al coraggio del Presidente del Consiglio e del suo Ministro del Lavoro che, sono certo, a molti non piacerà.