La quinta sezione penale della Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di Marcello Pittella già Governatore della Regione Basilicata annullando con rinvio il provvedimento del Tribunale del Riesame di Potenza.

Secondo l’accusa Marcello Pittella, da governatore della Regione Basilicata, avrebbe istigato i suoi coindagati a pilotare concorsi e nomine nella sanità lucana a favore di candidati a lui graditi integrando una ipotesi di “concorso morale” a titolo di “dolo eventuale”.

Il Tribunale del Riesame aveva motivato le esigenze cautelari con il pericolo di inquinamento delle prove e di recidiva, derivante quest’ultima dalla possibilità di Pittella di assumere nuovi incarichi politici.

Secondo la Corte di Cassazione l’ordinanza del riesame si caratterizza “per una serie di affermazioni che non superano il confine meramente congetturale” evidenziando che si tratta di una “valutazione monca e caratterizzata da affermazioni solo assertivamente probabilistiche”.

Quanto all’ipotesi di “concorso morale” i giudici ricordano che la “partecipazione psichica a mezzo istigazione richiede che sia provato che il comportamento tenuto dal concorrente morale abbia effettivamente fatto sorgere il proposito criminale” o lo abbia anche soltanto rafforzato affermando che “la mera raccomandazione o segnalazione non costituisce una forma di concorso morale nel reato in assenza di ulteriori comportamenti positivi o coattivi che abbiano efficacia determinante in quanto il soggetto attivo è libero di aderire o meno alla segnalazione“.

Quanto al pericolo di reiterazione del reato basato sulla possibilità di ricoprire nuovi incarichi politici, la Corte di Cassazione afferma che “il giudice non può spingersi fino a ritenere adeguata una misura cautelare per comprimere l’esercizio costituzionale di elettorato passivo”.

Come scrive il Foglio (13 dicembre 2018) “ il dato rilevante della sentenza è il rifiuto di accettare la prassi secondo cui mentre i normali indagati sono innocenti fino a prova contraria, per i politici invece vale la presunzione di colpevolezza, secondo la sindrome Davigo, che, almeno alla suprema corte (con sicurezza alla V Sezione) non ha ancora assunto il valore di norma”.