Negli ultimi anni, il mondo del lavoro è cambiato tantissimo: ha contribuito senza dubbio la pandemia, che ha messo davanti milioni e milioni di persone alla necessità di mettere mano al loro approccio al lavoro, puntando in particolare a un’ottimizzazione del work-life balance.
Un altro fenomeno impossibile da ignorare riguarda il modo in cui i più giovani si stanno rapportando alle aziende con le quali interagiscono quando cercano lavoro: i membri della Gen Z, nati fra il 1997 e il 2012, stanno iniziando, di recente, a entrare nel mondo del lavoro e lo fanno considerando, in fase di scelta, criteri come l’inclusione.
Questo aspetto è di massima rilevanza per i giovanissimi che cercano lavoro e che, rispetto al passato, sono sempre più attenti a red flags come il paternalismo in azienda, la scarsa equità, l’esacerbazione dei conflitti generazionali.
In confronto alle generazioni più anziane, i giovani della Gen Z sono molto focalizzati su problematiche come i livelli non sufficienti di apertura al dialogo in azienda, senza dimenticare il rispetto delle differenti identità. Si può parlare a tutti gli effetti di severità e a dimostrarlo ci pensano i dati, risalenti al 2024, di un’indagine condotta da Swg: con i numeri di questo sondaggio alla mano, si può notare come solo il 13% del campione consideri positiva la situazione relativa agli aspetti sopra menzionati.
Oltre allo stipendio: il nodo dei fringe benefit
Un altro aspetto differenziante rispetto al passato quando si parla di rapporto dei giovani con il mondo del lavoro riguarda l’attenzione marginale allo stipendio. Il lavoro, al di là dei soldi, deve essere un veicolo di benessere generale e un terreno dove è possibile esprimere i propri valori al massimo.
Fondamentale a tal proposito è aprire la parentesi dei fringe benefit, ossia i compensi che il lavoratore riceve dall’azienda al di là dello stipendio in denaro. Primo punto: in confronto al passato, i giovani lavoratori guardano con diffidenza, addirittura con fastidio, ai benefit “calati dall’alto”.
Necessario è quindi dimenticare beni come l’auto aziendale, per non parlare della casa (al centro della scena c’è una generazione che vuole il massimo della flessibilità in tutti gli aspetti della vita). La parola d’ordine quando si parla di fringe benefit per la Gen Z è libertà: il giovane lavoratore vuole avere il maggior agio possibile nell’utilizzo della forma di retribuzione in natura che gli viene messa a disposizione.
Può sembrare assurdo se si pensa a come andavano le cose anche solo 10-15 anni fa, quando avere la macchina aziendale era la massima aspirazione: oggi come oggi, con la flessibilità come protagonista assoluta della scena, si parla di benefit che vanno dai crediti da utilizzare sulle piattaforme digitali fino ai servizi fruibili da remoto.
Come già accennato, un punto che i più giovani considerano nodale è la possibilità di esprimere in libertà i propri valori e di sentirsi parte di un cambiamento: alla luce di ciò, un fringe benefit molto apprezzato sono i buoni e le agevolazioni per mezzi di trasporto sostenibili.
Chiaro è che ci si trova davanti a un cambio di passo drastico in confronto ai decenni passati: è finito il tempo delle strenne che si basano sulla formalità ed è iniziato, non certo da pochi mesi, quello dei benefit concreti, che rispondono a bisogni genuini e che, come appena ricordato, hanno un impatto concreto non solo sulla vita del lavoratore, ma anche sull’ambiente e sulla società.
Il potere del tempo
Un aspetto a cui i giovani della Gen Z dedicano la massima attenzione quando guardano i benefit che le aziende offrono è il tempo: radicata è la consapevolezza della sua importanza – parliamo della base per avere una vita equilibrata – e chi si affaccia al mondo del lavoro cerca opportunità per viverlo puntando alla massima qualità, guardando con favore ad aziende che propongono giornate da dedicare al volontariato o che investono sul benessere mentale dei dipendenti.